XXXIII
DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
Il profeta Daniele ci prende per mano e ci invita a
leggere in profondità gli avvenimenti dolorosi che
scuotono fortemente la fede della comunità di Israele.
Egli profetizza sulla manifestazione gloriosa del Figlio
dell’uomo: sorgerà Michele e dopo un tempo di angoscia
giungerà la salvezza di tutti coloro che sono scritti nel
libro della vita. Sembra il travaglio e il dolore di un
parto cosmico dove viene anticipata la risurrezione dei
morti e l’avvento di una creazione nuova.
Il discorso presentato dal Vangelo di Marco è pronunciato
da Gesù prima della sua morte. Egli vuole insegnarci,
prima di lasciare questo mondo e tornare al Padre, come
possiamo vivere il tempo che ci separa dall’incontro
finale: che sia la fine del mondo o che sia la nostra
morte individuale. Colui che verrà sulle nubi del cielo è
colui che abita in noi e ci accompagna nel cammino
terreno; colui che ci comunica la fedeltà al Padre e ci
introduce nella sua intimità. Da ciò nasce il desiderio di
vivere in pienezza il nostro oggi cogliendolo come «oggi
di Dio» e a desiderare ed invocare il ritorno del Signore.
Ma come pensare a questo epilogo della storia e del cosmo?
Forse siamo tentati di farlo con ansia e preoccupazione,
soprattutto in questi nostri tempi. Il Signore, nella sua
misericordia, ci rivela le realtà ultime fin dove possiamo
comprenderle, non per inutili curiosità e tanto meno per
farci vivere nell’ansia e nella paura.
Il discorso di Gesù, nonostante le immagini apocalittiche,
della fine, è orientato ad infondere fiducia e speranza in
coloro che lo ascoltano e che attendono la definitiva
manifestazione della gloria del Figlio dell’uomo. Il
Signore ci avverte: vi saranno segni premonitori, stanno
già accadendo ed occorre leggerli, e verrà il Signore, che
sta già venendo perché egli è Colui che viene, il
Veniente. La grande tribolazione s’identifica in primo
luogo con la morte di Gesù e la distruzione del tempio di
Gerusalemme, ma continua per tutti noi in tutti i tempi:
anche noi siamo nella grande tribolazione che prepara il
ritorno definitivo del Signore.
Ma l’ora in cui avverrà tale manifestazione è sconosciuta
allo stesso Figlio e nessuno può tentare un calcolo
approssimativo. Restano sempre importanti gli
atteggiamenti vigilanti che insegnano giorno per giorno la
lettura sapiente e saggia della storia e dei segni che Dio
fornisce ai suoi figli attraverso di essa. E con la
vigilanza e il saper scrutare i segni dei tempi ci viene
insegnato il segreto per continuare a vivere l’oggi della
storia con lo sguardo rivolto alla fine dei tempi:
l’abbandono al Padre. È lo stesso atteggiamento vissuto da
Gesù durante la sua vita, in attesa della sua passione,
morte e risurrezione. È il fine vero a cui devono volgere
i nostri sforzi ed i nostri desideri: lo sviluppo della
nostra relazione interpersonale col Padre. Questa è la
qualità del nostro vivere il momento presente, l’unico
momento certo che ci è posto nelle mani, l’unico tempo di
cui possiamo disporre. Vivere il presente in questa
vivificante comunione col Padre attraverso i momenti
quotidiani che si avvicendano, vegliando sul nostro agire
e operando indefessamente perché proprio questo oggi sia
la realizzazione concreta del disegno di Dio su di noi e
sulla storia. La storia ha il suo fine: il raduno di tutti
i figli di Dio che erano dispersi nel Figlio, che li
riconsegnerà al Padre con l’intera creazione.